Già, il blog. Sto bloggando sempre meno. E non è colpa di BlogBabel, visto che dirado i post già da prima, quando la classifica e tutti gli annessi e i connessi non mancavano.
E’ che io credo che nella vita si vada a fasi. E capita che ti disamori di una cosa e ti innamori di un’altra. Poi magari ti passa.
Vivo bene con la mia irrequietezza, che a volte spaventa le persone. Ma il blog non si fa spaventare. Mal che vada non bloggo più tanto, che male c’è?
D’altronde si sa che chi si abbandona alla routine muore lentamente, come diceva Martha Medeiros (e no, non è una poesia di Neruda; e sì, è quella citata da Mastella il giorno che ha fatto cadere il Governo Prodi; e sì, è una bella poesia lo stesso). E ci vuole il fegato di rovesciare il tavolo e non condannarsi al fare qualcosa che non ti piace.
Un coraggio che non mi è mai mancato, visto che in quasi 34 anni di età non ho fatto altro che cambiare, cambiare, cambiare, cambiare.
Figuriamoci se mi manca per 4 bit in croce. Non ho tanta voglia di bloggare? Non bloggo. Se diventa una routine, un timbrare il cartellino, il tavolo è già gambe all’aria.
Chi si prende cura della normalità dell’esistenza che non ha più niente a cui aggrapparsi? Su chi deve gravare la sempre più onerosa incertezza delle condizioni di vita? Chi deve pagare la fame sfrenata di quei pochi che addirittura hanno aumentato i loro profitti sulla pelle delle persone qualunque? Chi deve farsi carico dello sforzo di ripristinare una condizione almeno dignitosa e sufficiente di esistenza per tutti, per chi si accontenterebbe di aver di che sfamare la propria famiglia, di concedersi qualche ora di riposo e non di lusso, per chi vorrebbe avere l’anima sgravata almeno tanto da poter guardare il mare o le stelle in compagnia della propria amata o della propria famiglia in una notte di primavera?
Ci stanno sterminando tutti. Ecco la verità. Ci stanno uccidendo.
Il problema della solitudine è che ci sentiamo soli e abbandonati. Per il resto è una miniera d’oro che ha l’entrata proprio sotto il nostro letto, dove non guardiamo mai.
Il problema della relazione è che ci sentiamo amati, al centro di un sistema di affetti. Per il resto è una grotta senza finestre colma di gente che guarda verso le pareti a specchio, dove vede soltanto la propria immagine rfilessa.
Deve esistere, io credo, un corridoio spazioso, ben illuminato, che va dalla solitudine alla moltitudine. La vita è in quel corridoio, dove fare avanti e indietro chiacchierando tra sé e con gli altri.