Diciamo la verità, ormai per Uòlter l’unico sentimento possibile è una simpatia che sconfina nella tenerezza.
Aveva puntato tutto sui toni civili, sul confronto costruttivo, sull’opposizione leale e serena di Sua Maestà: e quell’altro nel giro di un mese gli ha spernacchiato in faccia una legge che lo salva dal processo Mills, il ripescaggio del lodo Schifani, l’imbavagliamento delle intercettazioni telefoniche, la galera per gli immigrati, l’esercito per strada e una sequela di Tg Rai-Mediaset che sembrano la tivù birmana.
Di fronte a tutto ciò, Uòlter alza il sopracciglio, rattristato, e lancia un “pacato ultimatum”.
L’immagine che mi viene in mente è quella di Uòlter che, alla guida di un Apecar, viene tamponato da un autotreno. Uòlter scende, sorride e timidamente propone al camionista di compilare una constatazione amichevole. Invece il camionista urla, minaccia, gli tira un cazzotto, gli sputa in faccia.
Ecco: a quel punto Uòlter ci rimane molto male e avvisa il suo interlocutore, con un pacato ultimatum, che il dialogo tra di loro è a rischio.
La cosa peggiore delle storie, è che possiamo raccontarcene di tutti i tipi. Vere, false, storte, parziali, adatte alle nostre debolezze. Con le storie che autocostruiamo possiamo mettere tutto a posto. I nostri comportamenti ne vengono fuori perfettamente corretti. L’ottica da cui guardiamo la realtà è immancabilmente la nostra: ci giustifichiamo, motiviamo ogni nostra parola, e in questo modo smettiamo di vedere la realtà. Le Storie sono la nostra finzione, il modo in cui fabbrichiamo il nostro alibi. “Lui ha fatto così, quindi io faccio così, e potrei fare ben di peggio”. Poco importa se, visti da fuori, siamo meschini, se rubiamo, se stiamo limitando la libertà e la vita dell’altro. Poco importa.
Importa poco o niente perché quello che ci sta a cuore è assolverci. Ci domina il senso di colpa, la sensazione che stiamo facendo qualcosa di male, qualcosa che visto altrove noi condanneremmo, qualcosa che se capitasse a un nostro caro amico noi malediremmo. Dobbiamo costruire un racconto di noi stessi che ci renda diversi, ci autorizzi. Fatto quello, siamo a posto.
La caratteristica di questi racconti è duplice. Prima di tutto ricordiamo solo quello che ci fa comodo. Le cose dette, accadute, viste, che non combaciano con i mattoni della storia, le togliamo di mezzo. Materiale narrativo di risulta. “Ma sono cose accadute!” Fa niente. La seconda caratteristica dei racconti è che non producono benessere reale, ma tamponano solo le emorragie della nostra vita. Sono cotone emostatico, non vere cicatrici. Non chiudono, anzi, lasciano aperto. Il risultato non è, per noi, maggiore libertà, ma prigionia. Quel che otteniamo porta più sventura che gioia.
La nostra responsabilità in tutto questo è grave. Il benessere passa per quello che accade realmente, che non potremo vedere mai fino in fondo, ma che dobbiamo sforzarci di riconoscere il più possibile. Fingere, inventare storie, modifica la realtà e ci rende inautentici. Per tamponare le nostre ferite smettiamo di essere quello che vorremmo. Siamo, appunto, ciò che siamo, e ci allontaniamo dall’idea che abbiamo di noi, cioé da ciò che vorremmo diventare, ciò a cui vorremmo assomigliare. E l’autenticità, come ricorda Almodovar in “Tutto su mia Madre” è proprio questo.